Un e-commerce per una piccola impresa parte indicativamente da 3.000 euro per un catalogo contenuto su una piattaforma esistente, e sale con il numero di prodotti, le integrazioni con il gestionale e le personalizzazioni. Ma il sito è la voce meno cara: pesano di più le commissioni sui pagamenti, le spedizioni, le fotografie dei prodotti, il tempo per gestire gli ordini e il budget per farsi trovare. Prima di aprirlo conviene fare il conto del margine per singolo ordine.
Chi mi chiede un e-commerce ha quasi sempre in testa il sito: le pagine, il carrello, l'aspetto. È la parte visibile, ed è anche quella che costa meno e che dà meno problemi. Le difficoltà stanno tutte in quello che c'è intorno, e conviene guardarle prima di firmare.
Questo articolo è la conversazione che faccio prima di un preventivo, messa per iscritto. Alcune parti servono a farti decidere di non aprirlo, ed è un risultato legittimo: un e-commerce che non regge i conti costa più di uno che non è mai nato.
Il conto da fare prima di tutto il resto
Prende cinque minuti e cambia la conversazione. Serve una sola cifra: il margine che ti resta su un ordine medio, dopo il costo del prodotto.
Da quel margine vanno tolte, per ogni ordine: la commissione sul pagamento, tipicamente intorno all'1,5% più una quota fissa per le carte europee, di più per i circuiti extraeuropei e per PayPal; la spedizione, se non la fai pagare interamente; l'imballo; il tempo tuo o di qualcuno per preparare il pacco; e la quota di resi, che nell'abbigliamento è alta e in altri settori quasi nulla.
Quale piattaforma, e perché la domanda è mal posta
La scelta si riduce quasi sempre a due famiglie, e non c'è una risposta giusta in assoluto: c'è quella giusta per il tuo catalogo e per chi lo gestirà.
| Piattaforma in abbonamento | Piattaforma su propria infrastruttura | |
|---|---|---|
| Esempio tipico | Shopify | WooCommerce su WordPress |
| Costo iniziale | Più basso | Più alto |
| Costo ricorrente | Canone mensile, più commissioni | Hosting e manutenzione |
| Aggiornamenti e sicurezza | A carico del fornitore | A carico tuo o di chi ti segue |
| Personalizzazione | Entro i limiti della piattaforma | Praticamente illimitata |
| Integrazione con gestionali italiani | Dipende dai connettori disponibili | Più libertà, più lavoro |
La regola pratica che uso: se il catalogo è semplice e non ci sono integrazioni particolari, l'abbonamento fa arrivare online prima e con meno rischi. Se ci sono un gestionale da collegare, listini per cliente o logiche di vendita fuori standard, l'infrastruttura propria evita di combattere contro i limiti della piattaforma per anni.
Gli adempimenti che nessuno racconta
Vendere online in Italia comporta obblighi che il sito deve rispettare, e che non sono opzionali:
- Diritto di recesso di quattordici giorni per i consumatori, con le informazioni fornite prima dell'acquisto e un modulo disponibile.
- Condizioni di vendita, informativa privacy e cookie policy, con il consenso raccolto correttamente prima di attivare tracciamenti.
- Dati dell'impresa visibili: denominazione, partita IVA, sede, contatti.
- Prezzi comprensivi di IVA e indicazione chiara delle spese di spedizione prima della conclusione dell'ordine.
- Fatturazione elettronica e corretto trattamento dell'IVA, comprese le regole per le vendite verso altri paesi UE oltre determinate soglie.
- Garanzia legale di conformità di due anni, che è cosa diversa dalla garanzia del produttore.
Gli aspetti fiscali vanno impostati con il commercialista: qui interessa sapere che esistono, perché arrivano tutti insieme il giorno dell'apertura e sistemarli dopo costa più che prevederli.
Dove va il budget, davvero
Ordini di grandezza per una piccola impresa che parte, non un preventivo:
| Voce | Ordine di grandezza | Quando torna |
|---|---|---|
| Sito e configurazione | Da 3.000 euro, catalogo contenuto | Una volta |
| Fotografie dei prodotti | Spesso sottovalutata, incide sulle vendite | Una volta, poi per i nuovi prodotti |
| Canone della piattaforma e hosting | Da poche decine di euro al mese | Ogni mese |
| Commissioni sui pagamenti | Intorno all'1,5% più quota fissa, di più fuori Europa | Su ogni ordine |
| Farsi trovare | SEO da 400 euro, oppure budget pubblicitario continuativo | Continuo |
| Gestione ordini e assistenza | Tempo di qualcuno, tutti i giorni | Continuo |
Le ultime due righe sono quelle che affondano i progetti. Un e-commerce aperto e lasciato lì non vende: non è un negozio in centro dove passa gente, è un negozio in un capannone senza strada. La strada va costruita, e costa quanto il negozio o più.
Un'alternativa che spesso conviene
Se vendi a Roma sud, fra Pomezia, Ardea, Anzio e il litorale, e i tuoi clienti sono lì, esiste una strada meno costosa: un sito che presenta bene i prodotti e porta le persone a chiamare, scrivere o venire, senza carrello. Niente commissioni, niente spedizioni, niente resi, e la vendita si chiude come si chiude oggi.
Non è una versione ridotta dell'e-commerce: è un progetto diverso, che per molte attività locali rende più del carrello, e costa una frazione. Il carrello ha senso quando vendi fuori dal tuo raggio, quando i prodotti sono standard e quando i volumi giustificano la macchina che ci sta dietro.
Il modo onesto di scegliere è guardare i tuoi numeri prima del catalogo. Se il conto del margine per ordine regge, si parte dalla piattaforma; se non regge, si parte dal sito che porta contatti, e il carrello si aggiunge quando i volumi ci sono.
Dubbi residui
Domande frequenti
Quanto costa aprire un e-commerce?
Indicativamente da 3.000 euro per un catalogo contenuto su una piattaforma esistente, e sale con il numero di prodotti, le integrazioni con il gestionale e le personalizzazioni. Il sito però è la voce meno cara: commissioni, spedizioni, fotografie, gestione degli ordini e budget per farsi trovare pesano di più nel tempo.
Meglio Shopify o WooCommerce?
Se il catalogo è semplice e non ci sono integrazioni particolari, l'abbonamento fa arrivare online prima e con meno rischi. Se ci sono un gestionale da collegare, listini per cliente o logiche fuori standard, l'infrastruttura propria evita di combattere per anni contro i limiti della piattaforma.
Quanto tempo serve per aprire?
Su un catalogo contenuto e con i contenuti pronti, poche settimane. I tempi si allungano quasi sempre per due motivi: le fotografie dei prodotti e le schede da scrivere. Sono la parte che deve fare il committente, e sono quella che rallenta.
Serve la partita IVA per vendere online?
Sì, la vendita online è attività commerciale a tutti gli effetti. Vanno impostati anche fatturazione elettronica e trattamento dell'IVA, comprese le regole per le vendite verso altri paesi UE oltre determinate soglie: sono aspetti da definire con il commercialista prima dell'apertura.
Conviene un e-commerce se vendo solo nella mia zona?
Spesso no. Se i clienti sono a Roma sud e la vendita si chiude di persona, un sito che presenta bene i prodotti e porta contatti rende di più e costa una frazione: niente commissioni, spedizioni o resi. Il carrello conviene quando vendi fuori dal tuo raggio e i volumi giustificano la macchina che ci sta dietro.
Il sito da solo porta vendite?
No, e questa è la ragione più frequente per cui un e-commerce fallisce. Aperto e lasciato lì non vende: serve un lavoro continuativo per farsi trovare, che sia posizionamento sui motori o pubblicità. È una voce di budget ricorrente, non un costo iniziale.
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